Tenere fuori, chiudersi dentro. Storie di popoli e muri

La tendenza a dividerci e a stare a debita distanza non è certamente nata con l’attuale pandemia. Da quando la specie umana è divenuta sedentaria probabilmente nacquero anche i primi conflitti e dunque l’uomo iniziò ad isolarsi, ognuno con la propria gente, ognuno nel proprio villaggio. Millenni e millenni non hanno certo variato questo nostro isolamento volontario. Nonostante globalizzazione e Internet si vendano come punto d’incontro tra tutte le persone della Terra, viviamo distanti l’uno dall’altro e non solo a causa di montagne, oceani o altre barriere naturali. Costruire muri tra popoli, non metaforici ma materiali e tangibili, è una realtà del nostro tempo.

“È la struttura più potente del Mondo” ha affermato l’ex Presidente statunitense Donald Trump la scorsa estate per definire 322 chilometri di barriera tra USA e Messico. È una definizione che rende molto bene le priorità di molti uomini politici. Certamente il muro tra USA e Messico è il più celebre al Mondo specie ora, con Biden come nuovo Presidente americano che ha deciso di sospendere questo progetto a favore di una politica più aperta. 

Sulla Terra però ci sono molti muri di separazione, che sono solo l’effetto più visibile della situazione politica di certi Stati del Mondo.

In giro per il Globo ci sono attualmente una settantina di muri tra Paesi per un totale di approssimativamente 40mila chilometri, circa la circonferenza della Terra.

Un altro dei muri più tristemente famosi oltre a quello tra Stati Uniti e Messico è la Barriera di separazione israeliana. 

Questi 730 chilometri di muro alto 8 metri dividono i territori liberi da quelli palestinesi, teoricamente contro una qualche minaccia terroristica palestinese e che da anni è simbolo della segregazione razziale che vivono i palestinesi; per questo motivo è da sempre meta di artisti come lo street artist britannico Banksy, che ha descritto il crimine del muro con numerosi stencil (una tecnica artistica per creare opere agevolmente e in poco tempo), raffiguranti ad esempio spacchi nel muro con sfondi gioiosi ma anche più semplicemente la terribile situazione di un intero popolo, come nel suo iconico “The flower thrower”, il lanciatore di fiori, raffigurante un manifestante che, al posto di scagliare una pietra o una molotov, scaglia un mazzo di fiori sgargianti, unica parte colorata e ben rifinita dell’opera. 

Questo graffito, una delle più viscerali richieste di pace mai formulate, rende terribilmente bene l’idea di cosa un muro provochi.

In generale l’Asia, e specie il Medio Oriente, è un territorio particolarmente fortificato. Siria, Turchia, Iran, Iraq, Afghanistan sono da sempre territori instabili con confini rigidamente sorvegliati e protetti per bloccare flussi migratori, gruppi terroristici e trafficanti di droga e i confini sono un luogo di blocco e divisione.

Anche l’Africa ha una lunga storia di fortificazioni, come il muro tra Botswana e Mozambico e tra Botswana e Zimbabwe, con la loro storia cinquantennale ma anche in altri Paesi del continente quali per esempio Sahara Occidentale e Marocco, al centro di un conflitto che dura da decenni.

Queste barriere sono forse le più celebri; molto meno celebri sono quelle presenti in Europa.

Nel Vecchio continente ci sono attualmente  16 muri di separazione per tentare di arginare i flussi migratori e difatti numerosi muri hanno solamente pochi anni di vita.

Tra i Paesi balcanici in particolare, non avendo come altri Paesi quali anche l’Italia confini naturali come il mare, vi è un’insieme di barriere lunghe nel complesso centinaia e centinaia di chilometri. Dopo oltre trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino (che era lungo 156 chilometri) l’Europa vanta più di 1400 chilometri di barriere.

Abbiamo forse imparato quanto sia importante lo scambio in questo periodo di limitazione e lontananza. Un confine non deve essere impermeabile, ma dev’essere aperto agli scambi. Il limes romano, il muro di separazione che divideva i territori dell’Impero Romano da quelli dei Germani e delle altre popolazioni, in un primo momento era un luogo di scambio, di unione: gli stessi militari sul limes spesso sposavano donne di popoli al di là del confine. Anche noi al di là del confine possiamo scoprire altre culture, altre storie e altri popoli. Il nazionalismo e la chiusura rendono la vita più difficile a loro e a noi la rendono più vuota e chiusa, grigia come il cemento delle barriere.

 

Articolo di: Pietro Losio