Orso: un anno dopo

“Se state vedendo questo video, qualcosa è andato storto”. Con queste parole si apre il video testamento di Lorenzo “Orso” Orsetti; un anno fa veniva pubblicato, il 18 marzo 2019, quando Orso, come era conosciuto tra i suoi compagni, è stato ucciso a Baghouz in Siria durante i pesantissimi attacchi delle forze miliziane dell’ISIS che sono costati la vita di numerosi combattenti e civili. 

Orso era infatti un semplice civile, un normale ragazzo che però, come altri nel mondo, aveva deciso alcuni anni prima di prendere parte alla Guerra civile siriana assieme alle forze curde: le YGP (miste) e le YJP (solo femminili), le unità militari popolari che da anni combattono anche per noi europei anche contro le forze di Daesh (l’ISIS); oltre a lui sono altri gli italiani partiti per appoggiare le milizie curde, tra cui Giovanni Asperti, altro italiano morto sul fronte curdo; perché anche se ci piace tanto parlare di Orso, sono numerosi gli europei e anche gli statunitensi partiti per il fronte curdo (non vi sono stime molto precise al riguardo ma dovrebbero essere circa 150) che dovrebbero essere ricordati. Purtroppo sono però anche di più i cosiddetti foreign fighters che invece combattono sul fronte opposto con le milizie dell’ISIS; anche di questo non amiamo parlare molto.

Immagine tratta dal fumetto “Macelli” del fumettista romano Zerocalcare, in onore a Lorenzo Orsetti

Ma la causa curda non è semplicemente la lotta contro i jihadisti o per la liberazione della Siria dal dispotico governo di Assad: il popolo curdo è scomodo a tutti dato che da un secolo cerca di costituire un proprio Stato ma viene da decenni tradito da chi si dice suo alleato; per esempio negli anni, oltre al recente voltafaccia del presidente americano Trump con il ritiro dei militari dalla Siria, ne vanno ricordati altri tre, uno col presidente Nixon e l’altro col presidente Bush senior (sempre americani) e poi anche da noi europei dopo la Prima Guerra mondiale negando ai curdi uno stato dopo una promessa a loro fatta in cambio di un loro aiuto nello sconfiggere l’Impero ottomano. Forse la loro lotta per creare uno stato è il motivo per cui sono così noti nel mondo, ma ancora più noto è appunto il numero di volte in cui sono stati costretti (anche col tristemente celebre genocidio dell’Anfal di fine anni ’80) ad abbandonare seppur momentaneamente la speranza di uno Stato.

Vi è però un motivo per cui quelli come Orso sono visti con sospetto in Europa: le forze YGP e YJP sono state istituite dal PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, che è considerato di matrice terrorista; di conseguenza lo sono considerati i combattenti curdi. La morte di Orso ha risollevato lo scorso anno questa questione e infatti proprio nei prossimi tempi verrà decisa la sentenza per tre altri volontari ritornati in Italia che si sono ritrovati sotto processo; se perdessero la causa le pene sarebbero pesantissime: tra le altre le più eclatanti sono blocco del passaporto e della patente e veto di attività politica e di aggregazione con più di cinque persone. La sentenza avrebbe dovuto riguardare cinque persone, ma subito dopo la morte di Orso due sono state prosciolte dalle accuse e per le altre è cominciato invece un lungo dibattito che ancora non vede la luce; come per complicare ulteriormente le cose da tempo il presidente turco Erdogan non solo, come da sempre, compie offensive contro il popolo curdo, nemico giurato da anni, ma ha cominciato anche a ricattare l’Europa con i migranti che tentano di fuggirvi passando dalla Grecia. In questo modo anche l’Italia si ritrova a dover affrontare la Turchia e dunque non appoggia ufficialmente le forze curde.

La questione dei combattenti esteri è così entrata nei dibattiti pubblici, ma la realtà è che quelli che come Orso hanno combattuto assieme ai ribelli in Siria non vengono accolti favorevolmente da noi italiani e, al di là dal fatto che possano uscire vincenti dai processi contro di loro, la loro vita non può restare la stessa dopo tutto questo e comunque non è certo detto che vincano il processo ancora in attesa di sentenza.

Tra l’altro c’è chi dice che i processi siano nati unicamente per la natura degli ideali politici degli imputati, e, tolto il fatto che possa sembrare un’accusa alquanto estrema, effettivamente le prove della “violenza” degli accusati sono piuttosto fiacche: si tratta in certi casi di semplici atti di sciopero o attività politica comunque non estrema e poi perfino per un imputato la “prova” della sua violenza sarebbe di aver fatto utilizzo di fuochi d’artificio, sempre peraltro in ambito di attività politica in una manifestazione di appoggio ai detenuti di un carcere. Si è notato per di più che queste sono il genere di “prove” usate nella Turchia di Erdogan per processi del genere.

Forse è anche questo prova del fatto che la guerra in Siria è oramai parte del nostro pensiero politico; forse però sarebbe anche ora di smettere di attaccare e colpire uomini e donne la cui colpa è di appoggiare una causa tanto grande come quella curda, con il significato che porta come ho già illustrato. È forse questo l’insegnamento di Orso e in questo giorno possiamo ricordarlo al di fuori dai suoi ideali politici ma dal fatto che ha deciso di partire per un fronte tanto lontano, morendo sapendo che poteva accadere, perché è un’eventualità che fa parte dell’essere eroe in un angolo di mondo dove di eroi ne servono terribilmente tanti. E se la commemorazione spesso è inutile e anzi logorroica, certo è peggio l’ignoranza e l’indifferenza, specie in un’Italia in cui dobbiamo ancora scegliere da che parte stare e in cui forse potremmo guardare agli ideali politici curdi non con sguardo xenofobo ma oggettivo.

                                                                                                         

Articolo di:  Pietro Losio