La CO2 sotto il tappeto

Tra le tante proposte avanzate da quando si parla di come riuscire ad abbassare il livello di CO2 presente in atmosfera, ultimamente ha preso sempre più piede l’idea degli impianti CCS. Se abbassare il livello di CO2 tramite riduzione delle emissioni per favorire un naturale assorbimento del gas serra da parte di mari, oceani e foreste è il metodo da più tempo considerato, con gli impianti CCS al contrario non si dovrebbe attuare una diminuzione drastica delle emissioni bensì installare impianti che catturino e stocchino la CO2; CCS (Carbon Capture and Storage) significa infatti cattura e stoccaggio di diossido di carbonio tramite impianti chiamati allo stesso modo.

Questi impianti consentirebbero di catturare la CO2 presente in atmosfera attraverso metodi chimici per facilitarne lo stoccaggio; una volta “catturata” la CO2 infatti è naturalmente più semplice stoccarla, cioè in pratica immagazzinarla in luoghi sicuri dove teoricamente non possa più liberarsi nuovamente in atmosfera. L’idea di base è molto semplice da immaginare, ma naturalmente il processo intero è estremamente costoso e complicato nonostante sia già da decenni che se ne parli e da qualche anno si siano fatti notevoli passi avanti. I problemi però sono anche altri.

 CO2 solida

Sicuramente la più grande difficoltà rilevata da un punto di vista puramente tecnico e pratico è la quantità di impianti necessari perché ci siano effetti reali sulla quantità di CO2 in atmosfera, una difficoltà non indifferente: dal periodo preindustriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è aumentata del 40% e per catturare tutta questa CO2 in eccesso  bisognerebbe impiegare un numero di impianti e una quantità di acqua e terreno altissimi. Per eguagliare le emissioni globali servirebbero circa cento milioni di questi impianti da dislocare su terreni che verrebbero dunque sottratti ai già pochi, e sempre meno, disponibili. Naturalmente il problema da questo punto di vista è anche il prezzo: ognuno di questi impianti costerebbe alcune decine di migliaia di euro e comunque si tratta di impianti da monitorare.

Altra problematica da evidenziare è la mancanza di certezze circa la sicurezza dei magazzini di CO2: se una volta immagazzinata questa dovesse nuovamente liberarsi e disperdersi, i danni dell’area circostante sarebbero devastanti dato che il gas si libererebbe in un’altissima concentrazione e quantità. Un esempio di cosa potrebbe accadere in uno scenario simile lo possiamo ritrovare nel disastro del lago Nyos in Camerun nel 1986 quando, in questo caso però per cause puramente naturali, una nube di diossido di carbonio è fuoriuscita dal lago, probabilmente a causa di una frana, provocando quella che viene chiamata eruzione limnica. Nel raggio di 25 chilometri morirono 1700 persone e 3500 capi di bestiame a causa dell’altissima concentrazione di CO2 respirata e numerose altre riportarono danni fisici.

Infine, come in tutte le tecnologie di moderna sperimentazione (o comunque con recentissimi sviluppi tecnici) non si è certi del risultato, perché forse questi impianti non sono così potenti come vengono presentati. Questo è in realtà il problema minore perché è una tecnologia in rapida evoluzione, ma forse non abbiamo abbastanza tempo per sviluppare impianti CCS più efficienti prima che sia troppo tardi per limitare la crisi climatica.

 Un impianto CCS

Dunque da un punto di vista pratico la tecnologia CCS è piuttosto problematica ma bisognerebbe sollevare anche un’altra questione: la cattura e lo stoccaggio di CO2 da solo non può bastare nella situazione in cui ci troviamo. Il probabile effetto di questa politica è un acquietamento di altre più radicali senza le quali forse potremmo guadagnare tempo ma certo non potremmo limitare la crisi climatica. Per avere un esempio in Italia ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) ha intenzione di costruire un impianto CCS di grandi dimensioni a Ravenna: oltre alle problematiche tecniche questo porta a giganteschi vantaggi per l’azienda (che ricordiamo essere una delle trenta aziende più inquinanti al mondo) che, costruendo questo impianto, si autoaggiudica il diritto di continuare normalmente con le proprie politiche basate su fonti fossili per l’energia. Oltre a questo, per entrare più nello specifico, l’azienda vorrebbe utilizzare parte dei fondi per il Next Generation EU (i fondi per la ripresa economica europei) per costruire l’impianto che oltretutto le consentirebbe di sfruttare una riserva di metano, fonte energetica non pulita, presente nell’area. Tutto questo riassume abbastanza bene il genere di interessi che purtroppo la tecnologia CCS rischia di difendere.

È anche per questo che la tecnologia della cattura e stoccaggio del carbonio è particolarmente rischiosa; la cosa più importante in questo momento è raggiungere l’azzeramento delle emissioni entro pochi anni per favorire il naturale assorbimento della CO2 e magari a questo affiancare una parte di tecnologia CCS per evitare rischi inutili e prezzi esageratamente elevati, ma soprattutto per non distogliere l’attenzione dal problema principale: mettere una pezza al problema non lo risolve e nascondere la CO2 sotto il tappeto non significa controbattere la crisi climatica.

 

Articolo di: Pietro Losio