Il Mozart del calcio che sfidò Hitler

Quando nel 1938 l’Austria fu investita dall’Anschluss (l’annessione alla Germania nazista), la cultura, la società e persino il mondo del calcio austriaco furono travolti dalla macchina della propaganda nazista. Tra le poche voci che osarono ribellarsi, ve ne fu una in particolare, tanto rumorosa quanto improbabile, un giovane che rincorrendo un pallone provocò un danno incalcolabile all’immagine che il Ministero della Propaganda voleva trasmettere.

 

Matthias Sindelar nasce il 10 Febbraio 1903 a Kozlov, Moravia Austriaca, al tempo Impero Austro-Ungarico. La sua famiglia è molto povera e quando si trasferisce a Vienna, i suoi genitori trovano alloggio nel quartiere popolare di Favoriten. Qui Sindelar ha anche l’occasione di conoscere Josef Bican, futura leggenda dello Slavia Praga e in assoluto il più forte giocatore Ceco di tutti i tempi.

La situazione familiare viene aggravata dalla morte del padre, che perde la vita in guerra sull’Isonzo nel 1917, anche se l’anno successivo al giovane Matthias viene offerta una piccola opportunità, che in realtà cambierà la sua vita: giocare a calcio nella piccola squadra di quartiere, l’Hertha Vienna. L’impatto è devastante: inizia a 15 anni, a 18 è titolare fisso in mezzo al campo e, a colpi di buone prestazioni e gol, si guadagna la chiamata dell’Austria Vienna, la squadra più importante della capitale. Fisicamente è basso ed estremamente esile, tanto da essere soprannominato “carta velina”, ma tutto quello che perde nella durezza dei contrasti lo recupera in tecnica e velocità. É estremamente duttile e può essere schierato in qualsiasi posizione sopra la metà campo, dalla mezzala fino all’ala, anche se però il suo meglio lo da in ruolo ben preciso, una specie di punta centrale che gioca però molto più indietro, quasi da trequartista, in modo da potersi ritagliare quei 30 metri di campo per le sue giocate in velocità: alcuni storici del calcio vedono in lui il primo vero creatore e interprete del ruolo del Falso Nove.

 

Diventa un pilastro della sua squadra, ma anche della sua nazionale che con lui entra nella sua età dell’oro, tanto da guadagnarsi il titolo di Wunderteam (la squadra delle meraviglie). Nei locali di Vienna, i grandi teorici del calcio non parlano d’altro che non sia il folletto che sta incantando il calcio nazionale; vi è chi definisce il suo stile di giocare a calcio come una meravigliosa danza, chi paragona la sua visione di gioco a quella ordinata e fantasiosa di un Gran Maestro degli scacchi, anche se la più celebre definizione è quella coniata dal suo allenatore: “la precisione e l’unicità delle sue giocate seguono un ritmo preciso ma inconoscibile, come nelle opere dei grandi compositori, ed è proprio questo ciò che lo rende irraggiungibile, ciò che lo rende un Mozart del calcio”

 

Con l’Austria Vienna vince tutto, un campionato nazionale, cinque coppe d’Austria e anche due coppe europee (due coppe Mitropa, l’antenata della Champions League), la prima delle quali nel 1933, superando la Juventus di Combi in semifinale e battendo l’Ambrosiana Inter di Meazza in finale. Proprio in questo periodo è considerato uno dei tre giocatori più forti al mondo, al pari di Giuseppe Meazza e Gyorgy Sárosi, tanto che il suo viso appare di continuo sui più svariati prodotti di uso comune; oggi ci sembrerebbe una normalità, ma al tempo le sponsorizzazioni da parte di calciatori erano una rarità assoluta. Ma questo non influisce sulla sua natura, è un uomo umile che riconosce le sue origini e vive in una piccola casa con la fidanzata poco fuori Vienna, città di cui è profondamente innamorato e che lo porterà a rifiutare offerte importanti dall’estero, tra cui anche quella di club prestigiosi come il Manchester United.

 

Nell’ultimo biennio degli anni trenta, la sua carriera si avvia verso il tramonto. In questo stesso periodo, l’Austria viene occupata dalla Germania e la nazionale di calcio viene sciolta. Ma Sindelar ha ancora un’ultima occasione: la “Partita della riunificazione” organizzata il 3 aprile del 1938 tra Austria e la Germania allo stadio Prater di Vienna. Questo incontro doveva essere una passerella per la nazionale tedesca e un’opportunità per i vertici della Gestapo per selezionare i migliori giocatori austriaci da integrare nella nuova nazionale unita.

 

Sindelar, che indossa la fascia da capitano, chiede e ottiene dai vertici della Gestapo che la sua squadra possa usare il nome «Austria» per un’ultima volta, oltre alla maglia rossa e ai calzoncini bianchi, colori della bandiera nazionale, a patto però che gli austriaci perdano la partita. Nonostante questo accordo, quel giorno Sindelar gioca una delle sue migliori partite della carriera: in mezzo al campo è indomabile, gioca 90 minuti da assoluto protagonista e, al 70′, segna la rete dell’1-0, correndo a esultare sotto la tribuna centrale ove i gerarchi nazisti assistevano all’incontro.

 

Sindelar è scatenato, con il pallone è un funambolo e la difesa tedesca non riesce a contenerlo. All’85’ l’Austria sembra sul punto di crollare, ma Sindelar recupera davanti alla propria area un pallone velenoso e serve con un lancio di 40 metri Karl Sesta, terzino suo compagno e amico all’Austria Vienna, che nel frattempo era scattato sulla fascia: il pallone rimbalza quattro volte, poi Sesta scarica una sassata da fuori area sotto l’incrocio dei pali della porta tedesca. La partita si chiude sul 2-0.

Oltre al danno anche la beffa visto che, a fine partita, i giocatori si radunano sotto la tribuna d’onore e mentre tutti i giocatori ringraziano con il saluto nazista, Sesta e Sindelar si rifiutano e tengono la mano stretta sullo stemma del nazionale sul petto della maglia sudata.

 

Questo spettacolo e il successivo rifiuto di aggregarsi alla squadra della Grande Germania, furono davvero troppo per l’immagine della nazionale tedesca, che usciva con le ossa rotte da una partita contro un sua neo-provincia.

Il 23 Gennaio del 1939, Matthias Sindelar viene trovato morto nel suo appartamento di fianco alla sua fidanzata italiana, Camilla Castagnola. Ancora oggi non è chiaro se sia stato un incidente, un suicidio o un omicidio, ma le pressioni con cui la Gestapo insistette per liquidare le indagini tolgono alcuni dubbi. L’unica certezza é che quel giorno, agli albori di una annunciata catastrofe che stava per travolgere il mondo, il calcio perse una delle sue più coraggiose e dimenticate leggende.

 

Articolo di: Andrea Ceciliani