Il golpe in Birmania

Pochi giorni fa, il primo febbraio 2021, in Birmania c’è stato un colpo di stato. E’ dal 1962 che vige una rigida e oppressiva dittatura militare, ma nello stesso anno nacque un importante movimento di opposizione, mutato poi in un partito chiamato Lega Nazionale per la Democrazia (LND), capeggiato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Nel 1989 fu messa agli arresti domiciliari e l’anno dopo l’LND vinse le elezioni con circa l’81% di consensi. Ma i militari le annullarono. Aung San Suu Kyi trascorse quasi quindici anni di carcere, fino al 2010, anno della sua definitiva liberazione. Nel 2016 le furono affidati diversi Ministeri e fu nominata Consigliere di Stato. Nonostante abbia continuato a essere molto popolare in Birmania, a livello internazionale fu spesso criticata per non essere riuscita a fermare la dura violenza nei confronti di alcune minoranze, come i Rohingya, da parte delle forze militari.

Aung San Suu Kyi, oppositrice e premio Nobel per la Pace

Tornando ad oggi, il primo febbraio 2021 la Birmania subisce un golpe da parte dei militari. A novembre del 2020 c’erano state le elezioni e Aung San Suu Kyi con la Lega Nazionale per la Democrazia le aveva vinte (in modo democratico e corretto), vantando un 83% di consensi.

L’esercito però non ha voluto riconoscere la validità delle elezioni e con un colpo di Stato ha preso il potere, arrestando i maggiori capi di opposizione, tra cui, ancora una volta, Aung San Suu Kyi, il Presidente dal 2018 U Win Myint, i ministri del governo e altri importanti oppositori alla dittatura. Le forze armate hanno dichiarato lo stato di emergenza, interrotto le linee telefoniche, censurato alcuni programmi televisivi e oscurato internet.

Manifestanti in Birmania che ripropongono il simbolo di protesta della saga Hunger Games

Ora comanda il generale Min Aung Hlaing, con un curriculum macchiato di persecuzioni e violenze ai danni delle minoranze.

La popolazione si sta ribellando, scendendo in piazza e manifestando la propria rabbia, tutto in difesa della democrazia.

 

Articolo di: Silvia Mangialajo Rantzer