Giochi popolari – l salt ad l’oca

Se pensiamo al Carnevale subito ci vengono in mente le maschere, ma non è solo questo: il Carnevale è quell’ultimo momento in cui ci si può divertire prima della Quaresima, motivo per cui l’uomo ha ideato i carri, i travestimenti, i giochi. Durante l’anno tante sono le occasioni che si cercano e si trovano per organizzare palii, feste, sagre e fiere. Come nel resto d’Italia anche Pavia aveva i suoi giochi e alcuni caratteristici tanto che è bene non dimenticarli.

Forse strano a dirsi, tra i più particolari c’era la corsa con gli asini; era però richiesto di arrivare per primi perché perdesse l’asino che si montava: infatti ogni uomo cavalcava l’asino di un altro partecipante e la gara veniva vinta dall’ultimo asino che giungeva al traguardo e quindi dal suo proprietario. Non era raro che la bestia, non stando agli ordini del cavaliere, venisse trascinato a forza o addirittura che quasi si invertissero le parti e fosse l’uomo a portare di peso la cavalcatura con l’unico scopo oramai di far perdere la sua cavalcatura.

Lungo il periodo di Carnevale nei giorni festivi avvenivano le Battagliole (diffuse maggiormente nel ‘300) combattute dai ragazzi pavesi che si dividevano in due fazioni, Pavia alta e Pavia bassa, che si suddividevano ulteriormente in squadre, in base alle parrocchie, comandate dai capitani. L’uniforme comprendeva un elmo di vimini recante i colori della propria compagnia (a volte anche con una piuma o una coda di cavallo per impreziosirlo) e armi e scudo di legno. Tre erano i luoghi degli scontri:. Un prato fuori la città dove una fazione difendeva i muntagnét (monticelli) e l’altra la assaltava; il secondo avveniva nella piazza antistante le antiche chiese di S. Stefano e Santa Maria del Popolo (abbattute nel 1488 per costruire il Duomo) per cui una fazione si asserragliava sul sagrato e l’altra nella zona tra la statua del Regisole e la contrada Rovelecca; l’ultimo avveniva nel cortile del Comune al Broletto attorno alla pietra destinata alla lettura dei pubblici bandi. La fazione che vinceva l’ultimo giorno di Carnevale veniva proclamato vincitore.

Ma l’evento più atteso dell’anno era senz’altro il Palio dell’Oca. Secondo la leggenda nacque ai tempi di Brenno dopo che le oche del Campidoglio con il loro starnazzare avevano decretato al sconfitta dei Galli; il condottiero decise quindi di vendicarsi sui pennuti tramite gare che prevedevano il tirare il collo all’oca. La versione moderna del palio (che era sopravvissuto fino all’Ottocento prima di scomparire) risale al 1957 e fu replicato solo altre quattro volte (1958, 1959, 1960 e 1962): erano previste dieci contrade, ognuna rappresentante una famiglia pavese che si sarebbero sfidate la prima giornata (28 giugno) nel Torneo delle Torri e nella seconda (29 giugno, Santi Pietro e Paolo) nel vero e proprio Palio: Porta Nuova con i Bottigella, Porta Calcinara con i Belcredi, San Lanfranco con gli Spelta, Borgo Basso con i Pietra, San Giuseppe con i Langosco, San Paolo alle Assi con i Bellingeri, Borgo Alto con i Del Maino, San Mauro con i Cani, San Pietro in Verzolo con i Salimbene e Pavia Centro con i Beccaria.

Il programma prevedeva il 28 un corteo storico al Castello Visconteo, le sfide che i rioni si lanciavano in dialetto per mettere in risalto il proprio quartiere e scherzosamente prendere in giro l’avversari e il preannunciato Torneo delle Torri: questa disputa raffigurava l’assedio di Pavia del 1359 che vedeva le casate nobiliari (ovvero i guelfi, chiamati a Pavia fallabrini) in guerra con i Visconti alleati con i Beccaria (di parte ghibellina, chiamati marcabotti); gli altri nove rioni si scontravano, ognuno con la sua torre mobile, per distruggere gli avversari colpendo un disco sulla fiancata di ogni torre e il quartiere vincitore sfidava poi i Beccaria (ogni famiglia infatti voleva sconfiggere i Beccaria, tiranni della città, ma intanto voleva anche essere, per motivi politici, l’unica a cacciarli dalla città): chi avesse vinto il torneo avrebbe avuto un vantaggio di 20 metri nella gara del giorno dopo. Il palio prevedeva invece una gara sul Ticino: si apriva con la voga detta alla pavese, 800 metri da percorrere in barcé, uno per rione, controcorrente; quindi partiva il primo nuotatore (appena ricevuto il testimone) per un percorso di 130 metri; dopo di lui altri due per la stessa distanza. Il terzo doveva salire infine sulla zattera terminale per saltare e afferrare la tanto odiata oca (di pezza) appesa in mezzo al fiume che poi avrebbe portato alla reginetta del proprio rione, in attesa in barca: il primo che l’avesse presa avrebbe decretato la vittoria del rione.

Per chi fosse interessato a informazioni più approfondite consiglio la lettura di “Il salto di tirare il collo all’oca” di Pier Vittorio Chierico che ringrazio per avermi dato ispirazione per le foto e il sito di Pavia e dintorni in cui è possibile trovare un filmato originale del Palio e le sfide dialettali del 1959

http://www.paviaedintorni.it/temi/storia_file/rievocazioni_file/paliodelloca_file/paliodellocaanteprima.htm

Articolo di: Luca Losio