Fiamme

È finita. Dopo mesi terrificanti, l’Australia si è spenta; sì, spenta è il termine adatto, perché per mesi è andata a fuoco come un cerino, devastando uno degli habitat più incredibilmente vasti e fondamentali per la biodiversità della Terra.

La cosa più triste in tutto questo però è ancora una volta, per situazioni del genere, come è stata presa la situazione dal governo: Scott Morrison, Primo ministro australiano, segue una linea politica certo non favorevole alle tematiche ambientali e, anzi, approva appieno l’estrazione del carbone e l’utilizzo di combustibili fossili e non ha mai dato prova di volersi convertire all’energia pulita. È nota la foto che ritrae Morrison con un pezzo di carbone in mano al Parlamento australiano nel 2017 (prima di divenire Primo ministro) affermando che non bisogna aver paura dei combustibili fossili; altrettanto nota la sua promessa di abolire le tasse sul carbone, promessa già enunciata nel 2018 durante la campagna elettorale; ma di certo non ha cambiato la propria idea politica dopo i terribili fatti degli scorsi mesi e anzi continua ad affermare che il cambiamento climatico e le relative conseguenze siano tutte calunnie. Purtroppo sembra che, proprio come Bolsonaro in Brasile, anche l’Australia abbia al potere la persona sbagliata nel momento sbagliato.

Ma è certo ingiusto trovare un capo espiatorio in una situazione del genere, dunque entriamo più nel dettaglio riguardo agli incendi in Australia ma anche a cosa hanno portato.

Prima di tutto comunque l’Australia è una terra predisposta agli incendi, data principalmente la sua posizione geografica e la morfologia del territorio: un continente che prende a nord i territori del tropico mentre a sud ha un clima temperato; tra l’altro comprende il deserto di Gibson al centro del continente e perfino due oceani con relative correnti ma anche venti provenienti da zone differenti. Infatti bisogna almeno fino a qui dare ragione a Morrison riguardo al fatto che da sempre l’Australia è teatro di incendi; bisogna ricordare però che questo in particolare è stato il più grave degli ultimi decenni, anzi del secolo e che è divampato principalmente a causa delle altissime temperature che hanno toccato l’Australia la scorsa estate.

Dunque l’Australia è  un continente che, ritrovandosi a cavallo di più fasce climatiche, ha anche una grande varietà ambientale e biologica e proprio per questo gli incendi preoccupano tanto, al di là dal fatto che provocano danni pesantissimi: infatti nonostante sia forse l’Amazzonia il più celebre ecosistema della Terra, anche l’Australia ha un numero altissimo di specie autoctone (circa 300) oltre a un numero indefinito di specie ancora non scoperte o catalogate. Come se ciò non bastasse sembrerebbe anche il continente con il più grande numero di estinzioni al mondo dovute proprio agli effetti del cambiamento climatico o a causa dell’uomo.

Per quanto riguarda i dati effettivi del disastro, sono stati stimati 480 milioni di animali uccisi dagli incendi secondo un calcolo riguardo le stime di animali ogni ettaro quadrato e gli ettari andati perduti; una cifra enorme. Ma ancora una volta il governo australiano non si mostra pronto ad attuare una politica di difesa dell’ecosistema nazionale e anzi, ha attuato durante l’emergenza stessa lo sterminio di 10 mila cammelli perché “rubavano” l’acqua a una comunità di aborigeni del luogo che, giustamente, in un momento del genere ne aveva un disperato bisogno, ma resta il fatto che metodi tanto sbrigativi non possono essere accettati di per sé, ma neppure in un momento di crisi del genere.

Quello che è successo in Australia ci servirebbe da monito ma anche da segnale che per davvero qualcosa sta accadendo nel Pianeta in cui abitiamo. Come Mark Lynas ha teorizzato attraverso anni di studi nel suo celebre libro “Sei gradi. La sconvolgente verità sul cambiamento climatico”, se la temperatura mondiale media salisse di 3°, incendi del genere sarebbero all’ordine del giorno, con una serie di effetti a catena che, raggiunto questo limite di 3 gradi, non si potrebbero più fermare in alcun modo; guarda caso, lo “scenario apocalittico” che in realtà abbiamo già visto appunto in Australia, sarebbe dovuto anche proprio a quei combustibili fossili di cui il continente è primo esportatore al mondo e che rendono tanto fiero il Primo ministro Morrison; questo scenario, secondo gli studiosi, se non cambiamo radicalmente la situazione, si avverrà in una trentina d’anni. Come ultima nota terribilmente negativa, come accaduto anche in Amazzonia (e stupisce molto come il governo e l’opinione pubblica brasiliani e quelli australiani si somiglino sotto certi aspetti purtroppo negativi) in molti hanno accusato gli stessi ambientalisti di aver fatto divampare i primi incendi e dunque di essere la causa della catastrofe per poter dare risonanza al rischio climatico che l’Australia ancora stenta ad accettare.

Dunque si conclude negativamente sotto tutti i punti di vista il disastro ambientale degli incendi in Australia e chissà per quanto ancora e in quanti altri casi dovremo essere spettatori di spettacoli del genere, che oramai sembrano parte dell’accettabile e non più del catastrofico in questo nostro pianeta che ancora non sembra pronto a combattere e a riconoscere il cambiamento climatico.

 

Articolo di: Pietro Losio